Alessandro De Leo

BIOGRAFIA

Sono nato a Molfetta (Ba) nel 1984, ma all'età di 8 anni mi sono trasferito con la mia famiglia a Bisceglie (BT). Mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e specializzato in Comunicazione e Multimedialità presso l'Università Degli Studi Di Bari, ma ho compreso che la mia passione era la fotografia, quindi ho reso questa passione il mio lavoro quotidiano: ora sono un fotografo freelance ed insegno sia fotografia che postproduzione digitale.
I miei lavori fotografici vertono molto spesso sul corpo umano, utilizzandolo come materia prima da modellare per esprimere il mio immaginario.

Fra le mie mostre personali segnalo:

Palazzo Tupputi, durante il festival audiovisivo “Sonimage” (Bisceglie, BT, 2018);
“Circuiti Dinamici Fotografia” (durante la Milano Photo Week, Milano, 2018);
“Wunderkammern Effimere”, Microlive (Milano, 2016).

Alcune delle mie ultime mostre collettive:

“Fresh Legs 2020 - International Exhibition”, Galleri Heike Arndt DK (Berlino, 2020);
“Mostra Internazionale Artes IV Edizione”, Associazione Artes APS (Torino, 2020);
“Isolated Living Yourself – International Group Exhibition” - Loosenart, Galleria Millepiani (Roma, 2020);
“Tempo Im[perfetto]”, Tevere Art Gallery (Roma, 2019);
“Katowice Jazzart Festival 2018”, Galeria Engram (Katowice, Polonia, 2018).

 

 

RECENSIONI

Bruno Di Marino

L’idea della macchina fotografica come “inconscio ottico”, teorizzata da Benjamin e ripresa poi da un grande fotografo italiano come Franco Vaccari, potrebbe essere facilmente applicata a questa serie fotografica di Alessandro de Leo. Anche se, in questo caso, non ci troviamo solo di fronte a un dispositivo che, automaticamente, produce la sua immagine dell’inconscio, a prescindere dall’autore che scatta la foto. Anzi, l’inconscio è connaturato proprio della categoria ottico e connessa ai problemi della rappresentazione (del visibile, dell’invisibile, del rappresentabile). Le fotografie di de Leo – come sottolineato dal titolo della serie e da una sua dichiarazione – hanno> piuttosto la funzione, riproducendo gli altri, di indagare se stesso, ovvero l’inconscio del fotografo. All’inconscio del dispositivo si affianca, insomma, quello dell’artista (ma non è sempre così, in fondo?) che, riflettendosi nei volti altrui, in realtà realizza sempre una sorta di autoritratto nelle sue molteplici< varianti.
Il volto non può che essere un’entità sfuggente, eterea, deforme, che giunge fino all’astrazione, dissolvendosi nel momento stesso in cui viene fissato dall’occhio del fotografo. I volti umani diventano quasi animaleschi oltre che fantasmatici. Scie luminose che affiorano dal buio, facce schiacciate contro un vetro (idealmente l’obiettivo stesso), congelate in una smorfia forse di dolore. La metamorfosi dinamica (o dinamizzata) che contraddistingue le figure, queste teste che sembrano replicarsi all’infinito, ricorda per certi versi il fotodinamismo di Bragaglia. Ma se in quel caso i tempi lunghi di esposizione restituivano una successione di movimenti, in questo caso il flusso della figura diventa una massa compatta, scultorea pur nella leggerezza e virtualità della luce che si raggruma sulla superficie argentica. Qualcuno semmai potrebbe accostarli, più agevolmente, alla pittura di un Bacon oppure a certi lavori di videoarte basati sulla deformazione elettronica. In ogni caso de Leo instaura con l’immagine un corpo a corpo e il suo occhio diventa anche il suo nemico. La fotografia è uno specchio, è lo spazio circoscritto di un combattimento che certifica l’impossibilità di riprodurre la vera anima delle persone e delle cose.
Da questa idea di impotenza in fondo nasce l’arte. La vocazione realista del dispositivo è solo una fuorviante illusione. L’occhio del fotografo – attraverso la macchina – crea l’immagine di una realtà che ci sfugge pur lasciando tracce, simili ma diverse l’una dall’altra. E in questo meccanismo di ripetizione e differenza si può cogliere un altro aspetto delle fotografie di de Leo, istantanee che sembrano non aggiungere nulla all’orizzonte del visibile, se non l’ansia di una continua verifica nel rapporto tra Io e Altro, due entità che sembrano rincorrersi e fondersi insieme nei labirinti inestricabili dell’inconscio. Esistenziale ed ottico.

 

 

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